La facciata è un’eccezione tecnica, non una scorciatoia
- Per gli impianti installati dopo il 31 agosto 2013 la regola generale è lo sbocco sopra il tetto.
- Lo scarico in facciata si valuta solo in deroghe specifiche e sempre nel rispetto di UNI 7129 o UNI 11528.
- Le distanze da finestre, balconi, angoli e ostacoli non sono dettagli: se saltano, salta anche la conformità.
- In condominio conta anche il decoro architettonico, non solo la tenuta tecnica del terminale.
- Se il percorso è complicato, spesso conviene valutare canna collettiva, sbocco a tetto o un’alternativa all’impianto a gas.
Quando lo scarico in facciata è davvero ammissibile
L’ARPA Piemonte ricorda bene il principio di base: per gli impianti termici installati dopo il 31 agosto 2013 lo sbocco deve andare sopra il tetto, e la facciata entra in gioco solo come deroga. Questo, nella pratica, significa una cosa molto concreta: non si sceglie l’uscita a parete perché è più rapida o meno invasiva, ma solo quando esiste un motivo tecnico o normativo che lo consente davvero.
| Situazione | Esito pratico | Nota utile |
|---|---|---|
| Nuova installazione dopo il 31 agosto 2013 | Di regola sbocco sopra il tetto | La facciata non è la soluzione standard |
| Sostituzione di un generatore già esistente | Deroga possibile in casi tassativi | Conta molto la storia dell’impianto preesistente |
| Edificio tutelato da vincoli nazionali, regionali o comunali | Deroga valutabile | Qui il limite può venire dalla tutela dell’immobile |
| Impossibilità tecnica asseverata | Deroga valutabile | L’impossibilità deve essere dichiarata dal tecnico abilitato |
| Ristrutturazione di impianto individuale in stabile plurifamiliare con sistema esistente non idoneo | Deroga valutabile | È uno dei casi più frequenti nei condomini |
In altre parole, la facciata non è un diritto automatico: è un’opzione che si giustifica solo dentro un perimetro preciso. E questo perimetro si restringe ancora di più quando entrano in gioco i regolamenti locali, che in alcuni casi sono più severi del quadro nazionale. Da qui la domanda successiva non è più solo se si può fare, ma dove e a quale distanza.

Le distanze da rispettare sulla facciata
Quando la deroga esiste, la vera prova è il posizionamento del terminale. Qui non si lavora “a occhio”: si lavora con misure, ostacoli e geometria reale della facciata. Le regole tecniche richiamate per questi casi sono la UNI 7129 per impianti fino a 35 kW e la UNI 11528 per impianti tra 35 e 70 kW.
| Riferimento | Indicazione pratica |
|---|---|
| Impianti fino a 35 kW | UNI 7129 |
| Impianti tra 35 e 70 kW | UNI 11528 |
| Distanza da porte o finestre apribili | Circa 50 cm come valore ricorrente di progetto |
| Distanza da balconi o terrazzi sovrastanti | Circa 1 metro |
| Distanza da angoli dell’edificio o pareti adiacenti | Circa 30 cm |
| Balcone chiuso su 5 lati | In genere non idoneo per lo scarico a parete |
Questi valori non servono solo a evitare problemi con i vicini. Servono soprattutto a impedire che i prodotti della combustione rientrino nell’edificio, si accumulino in un cavedio o si riversino in un punto dove l’aria ristagna. Io considero sempre il contesto reale: un terminale formalmente “lontano” da una finestra può essere comunque sbagliato se finisce dentro una rientranza stretta o sotto un balcone che crea riflusso.
Il punto, quindi, non è solo rispettare i centimetri minimi. È capire se la facciata offre davvero un percorso libero per il fumo, senza ostacoli che ne alterino la dispersione. Quando le misure tornano, resta da capire se l’apparecchio scelto è davvero adatto a quel tipo di scarico.
Che tipo di scaldabagno hai cambia la risposta
Non tutti gli scaldabagni a gas si comportano allo stesso modo. Io guardo sempre prima il tipo di camera e il sistema di tiraggio, perché da lì dipendono sia la fattibilità tecnica sia la sensibilità dell’impianto alle condizioni esterne. Uno scaldabagno a camera aperta lavora in modo diverso da uno a camera stagna, e un generatore a condensazione aggiunge un ulteriore livello di complessità e rendimento.
| Tipo di apparecchio | Come si comporta | Cosa cambia per lo scarico |
|---|---|---|
| Camera aperta | Tiraggio naturale, più sensibile a vento e ricambi d’aria | Più vincoli, meno flessibilità |
| Camera stagna | Tiraggio forzato con ventilatore | Più opzioni di evacuazione, ma non libertà totale |
| Condensazione | Recupera parte del calore dei fumi e lavora con maggiore efficienza | Il tema dello scarico resta centrale, anche se il bilancio energetico migliora |
L’ENEA ricorda che le soluzioni a condensazione recuperano energia dai fumi e riducono gli sprechi rispetto a un generatore tradizionale. Questo però non significa che la facciata diventi automaticamente libera: significa solo che, se il progetto è ammissibile, il sistema può essere più efficiente e più coerente con un impianto moderno.
Qui c’è un errore che vedo spesso: si pensa che “camera stagna” o “condensazione” equivalgano a “si può scaricare dove capita”. Non è così. Il tipo di apparecchio aiuta, ma non sostituisce la verifica normativa. Da lì il passo successivo è il più spesso sottovalutato: il rapporto con il condominio e con la facciata comune.
Il condominio e il decoro della facciata
Su una casa singola il problema è già tecnico; in condominio diventa anche relazionale e giuridico. La facciata non è un semplice sfondo: è una parte comune, e un terminale posato male può toccare tre piani diversi di criticità nello stesso momento, cioè stabilità, sicurezza e decoro architettonico. Io tratto sempre questo aspetto con molto pragmatismo, perché una soluzione che funziona “in carta” ma crea contestazioni è una soluzione debole.
Le verifiche che faccio in questi casi sono molto concrete:
- Il tubo o il terminale sono visibili dal fronte principale o da una corte interna frequentata?
- Il passaggio altera l’allineamento della facciata o rompe una simmetria già chiara?
- Ci sono macchie, condensa o scolature che potrebbero lasciare segni sul prospetto?
- L’intervento interessa una parte comune o richiede fori, staffaggi e attraversamenti rilevanti?
Un altro punto che in pratica pesa molto è l’effetto percepito dal vicinato. Un terminale basso, vicino a finestre o balconi, non crea solo un problema tecnico: spesso diventa una fonte di disagio immediato. E quando arrivano le contestazioni, il confronto si sposta dal progetto alla convivenza. Per questo, prima di forzare una soluzione in facciata, conviene valutare se esiste una strada più pulita e meno esposta a conflitti.
Se il condominio non è d’accordo, o se il prospetto non lo consente, conviene guardare subito alle alternative tecniche. Spesso sono meno semplici all’inizio, ma più solide nel medio periodo.
Le alternative quando la facciata non basta
Quando l’uscita a parete non regge, io non insisto mai sulla scorciatoia. In questi casi guardo quattro opzioni, con logiche diverse ma tutte realistiche. La scelta giusta dipende dallo spazio disponibile, dal numero di unità coinvolte e da quanto l’edificio può tollerare lavori più invasivi.
| Alternativa | Quando la considero | Punto forte | Limite principale |
|---|---|---|---|
| Sbocco a tetto | Quando il percorso verticale è tecnicamente possibile | È la soluzione più lineare sul piano normativo | Può richiedere opere più invasive |
| Canna collettiva ramificata | Nei condomini con più utenze e impianto comune da adeguare | Ordina l’evacuazione dei fumi in modo centralizzato | Va verificata l’idoneità dell’intero sistema |
| Asola tecnica o percorso interno | Quando l’edificio ha spazi tecnici sfruttabili | Riduce l’impatto sulla facciata | Serve coordinamento strutturale e impiantistico |
| Passaggio a scaldacqua elettrico o pompa di calore | Quando il gas crea troppi vincoli o costi di adeguamento | Elimina il tema dello scarico fumi | Va valutato assorbimento elettrico, spazio e investimento iniziale |
In molti appartamenti, soprattutto quando l’impianto esistente è vecchio e il percorso fumario è compromesso, l’alternativa più sensata non è “far passare comunque il tubo”, ma cambiare strategia. A volte l’intervento più efficiente è quello che taglia il problema alla radice. Prima di intervenire, io farei comunque un ultimo controllo incrociato.
Le tre verifiche che faccio prima di forare la facciata
Se dovessi ridurre tutto a un metodo rapido, partirei da queste tre domande. Sono semplici, ma evitano molti errori costosi:
- Il caso rientra davvero in una deroga? Verifico data dell’impianto, tipo di sostituzione e presenza di eventuali vincoli sull’edificio.
- Le distanze sono corrette in situazione reale? Controllo finestre, balconi, angoli, rientranze, corti e possibili ricircoli dei fumi.
- Il contesto condominiale e tecnico regge l’intervento? Mi assicuro che il progetto non danneggi parti comuni, decoro e manutenzione futura.
Se una sola di queste verifiche non torna, io considero più saggio spostare il progetto verso il tetto o verso una soluzione diversa. In questo settore, la differenza tra un intervento riuscito e uno contestato sta quasi sempre nella fase di verifica, non nel foro finale sulla facciata.